"Volgar'eloquio"

parte terza e conclusiva da L'ultimo Pasolini,
prefazione di Antonio Piromalli al volume

Volgar'eloquio, di Pier Paolo Pasolini

Napoli, Athena, 1976 (p. 13 - 19)

 

Nel dicembre del 1964 Pasolini annunciava che era « nato l'italiano come lingua nazionale »; tale lingua era quella della tecnica e aveva come centri creatori non le università ma le aziende delle città del nord dell'asse Torino-Milano. La tecnica era il fatto « spiritualmente nuovo nell'uomo e nell'italiano ». In rapporto a questa nuova realtà linguistica « il fine della lotta del letterato sarà l'espressività linguistica, che viene radicalmente a coincidere con la libertà dell'uomo rispetto alla sua meccanizzazione ». La nuova borghesia italiana si accompagnava all'avanzamento del capitalismo europeo, diventava neocapitalistica e tecnocratica, il suo linguaggio era « brutalmente tecnocratico ». Pasolini riteneva superata l'operazione « di scavo in materiali sub-linguistici » di cui si era occupata la letteratura impegnata e invitava a una nuova ricerca con nuovi strumenti conoscitivi che non fossero soltanto quelli delle personali competenze o dei personali gusti, come il Dossi citato da Arbasino o il Cattaneo da altri.

Poco tempo dopo Pasolini precisava che per l'umile parlante del Sud e per gli appartenenti « alle stratificazioni ritardatarie dell'umile Italia » il modello era diventato ormai « il proletario del Nord borghesizzato attraverso il possesso di nuovi tipi di beni di consumo e di un nuovo livello linguistico che esprime tale possesso »; più tardi precisava ancora che il suo discorso non era riferibile alla sua personale ricerca tecnica di autore ma era « un passaggio per una comprensione più vasta detta realtà italiana, in cui operare » anche «linguisticamente » e sottolineava il carattere politico-sociale del proprio discorso.

Dalla proposta di Pasolini ebbe origine un fitto dibattito: per Andrea Barbato il Pasolini che sciacquava i panni nel Po aveva il torto di rendere responsabile solo la lingua della borghesia; per Calvino il pericolo di morte dell'italiano era l'antilingua della burocrazia; per Mario Spinella l'uso della categoria marxista da parte di Pasolini era deterministico, non teneva conto dell'influenza esercitata dal movimento operaio; per Piovene il discorso pasoliniano trasponeva abusivamente nella filologia premesse ideologiche, politiche; anche Mario Pomilio lamentava che Pasolini non avesse «prima chiamato a consulto gli specialisti », etc. Ci furono altri interventi che si protrassero fino al 1967 (ricordiamo quelli di Rosiello, Corti, Cesare Segre, Benvenuto Terracini). Molti degli intervenuti non andavano al di là della misurazione delle proprie idee con quelle di Pasolini, non entravano nel problema proposto; i più aperti, in realtà, erano i linguisti, pur restando cautelosi.

Oggi in una condizione generale italiana di sbando le proposte di Pasolini si dimostrano assai importanti per il loro carattere onnicomprensivo-interdisciplinare « terapeutico ». Con il suo populismo esistenziale per cui il popolo è il modo autentico di essere, categoria a cui si assegnano i fondamentali valori umani — ma anche popolo vittima della storia —, Pasolini letterato e sociologo sul campo verificava il profondo stacco da un passato recente creatosi nella realtà italiana. Le sue metafore possono essere ricondotte alla personale immersione esistenziale e linguistica nel popolo ma hanno anche un valore logico (non si tratta di velleitarismo, di mimetismo, di « talento tuttofare » come scrive Mario Pomilio); anche le metafore sull'etica della povertà legata al sottosviluppo e al sottoconsumo scaricano disperate tensioni regressive al fine « terapeutico » (l'aggettivo è di Pasolini) di attuare la desistenza dell'imitazione del modello borghese.

Le pagine che qui pubblichiamo sono una conversazione tenuta il 21 ottobre 1975 da Pasolini, ultimo vasto e organico intervento prima della morte. In esse è il nucleo esistenziale dell'intera esperienza pasoliniana e soprattutto di quella recente che lo ha avuto testimone non solo individuale ma anche storico. Nella provocazione attiva rientra il metodo di Pasolini di porre la sua differenziazione tra la cultura antropologica italiana di dieci anni prima e quella odierna quale completo ribaltamento che getta a distanza « incommensurabile » la situazione precedente. La permissività è autorizzata e « concessa dall'alto e non conquistata dal basso »: perciò è « falsa tolleranza ». Questa falsa tolleranza del consumismo genocida è alla base del conservatorismo effettivo che mantiene il dialetto sotto la coltre ufficiale della didattica della scuola media dell'obbligo dopo che è stata spenta la matrice popolare dialettale sicché il dialetto non è più una realtà culturale ma una sopravvivenza. Infatti le parole del consumismo hanno distrutto le parole dialettali che il fiorentino letterario non aveva potuto distruggere in quanto le parlate locali lo ignoravano; oggi i dialetti sono le lingue dei bambini e dei vecchi e « c'è poco da fare » per evitare l'annientamento. V’è stata anche la distruzione di quell'equilibrio sottoproletario psicologico e umano che si esprimeva nella « felicità » inventiva e creativa degli abitanti delle borgate i quali adesso soffrono l'impossibilità di realizzare il modello piccolo-borghese loro proposto. Il genocidio avvenuto con la riduzione delle persone a cose fa risaltare come utopistica la retorica progressista, dato che il nuovo potere produce rapporti sociali tendenti a creare non cittadini ma benestanti-consumatori. Una nuova qualità di vita è sopravvenuta, si è sovrapposta all'ambiente nazionale, è sorto un centralismo consumistico, le masse di popolo non esistono più in quanto formate da popolo e in quanto portatrici di valori. Ci sono soltanto delle sopravvivenze di gruppi fonologicamente dialettali mentre la loro realtà culturale non esiste più, è stata sopravanzata dalla violenza delle trasformazioni. Violenza imposta dal consumismo è anche la falsa tolleranza sessuale: la situazione esistenziale in questo campo, come negli altri, è per Pasolini « spaventosa », « drammatica ». Nonostante questa situazione Pasolini conclude affermando l'esigenza di lotta da parte dei giovani « esistenzialmente » consapevoli, contro « l'accentramento linguistico e culturale del consumismo ». Il problema del dialetto esce fuori sia dallo studio archeologico-filologico sia dal presupposto irreale del progressismo retorico per entrare come elemento di lotta per la salvezza in un contesto anticonsumistico.

In questo discorso Pasolini coinvolge tutte le domande che gli vengono poste nella propria visione esistenzial-politica e propone, a sua volta, i problemi che scaturiscono dalla mutata cultura antropologica italiana. Qualsiasi intervento altrui egli lo attrae con abilità psicologica e intellettuale, con verità passionale, nel proprio magma antropologico intervallato da caratteristiche zone fredde e discorsive. Sono da studiare i modi logici e retorici dei paradossi, degli estremismi, dei capovolgimenti del pensiero pasoliniano denunciatore della distruzione del pluralismo culturale e linguistico, della necessità della lotta separatistica armata in difesa dei dialetti, dello sforzo per scoprire nuovi modi « di essere » (liberi, illuministi, progressisti), del genocidio etc.

Certamente non sono mancati nel dibattito i dubbi e le osservazioni acute sulla « felicità » del sottoproletariato delle borgate di dieci anni fa, sul carattere quasi borbonico dell'arcadia del sottoproletariato etc., ma tali osservazioni e dubbi non sono stati presentati con la drammaticità e la globalità che Pasolini richiede. Pasolini oltrepassa (con la sua politicità esistenzial-civile) gli interventi politico-partitici (per lui utopistici) dal momento che l'economia politica consumistica produce non tanto e non solo mostruosi faraonici addensamenti di merci ma « rapporti sociali, cioè umanità » disvalorizzata, e dal momento che le « masse popolari » sono state inquinate dal potere consumistico-borghese. Se vogliamo trovare, oltre Marx, la negazione radicale degli oggetti e della mercificazione borghese ma soprattutto della retorica sociale e l'affermazione della « persuasione » umana eroica e disperata, dobbiamo ricorrere, prima di Pasolini, a Michelstaedter. Anche per quanto riguarda la discussione sulla lingua: « Purché resti fermo — scriveva il goriziano — che, consistendo la prospettiva linguistica tutta nella profondità della visione attuale, la vita organica della lingua, che pulsa in ogni parola e in ogni unione di parole, come funzione della vita individuale, si disgrega e si fa imbecille, quando l'uomo della sicurezza sociale sia ridotto — quanto alla sua previsione organizzata (sicurezza individuale) — al punto e all'attimo (...). Tutte le parole saranno termini tecnici, quando l'oscurità sarà per tutti allo stesso modo velata, essendo gli uomini tutti allo stesso modo addomesticati: le parole si riferiranno a relazioni per tutti allo stesso modo determinate ». Se Michelstaedter partendo dalla considerazione che « la vita è una cosa inadeguata (un errore implicito di logica perché è in quanto non è) » giungeva dalla retorica al tentativo di « persuasione », Pasolini ha come obiettivo la realtà (italiana) in cui poi operare anche linguisticamente, dopo avere fatto la diagnosi del pericolo estremo di una lingua tecnocratico-tecnologica, che viene a coincidere con una « nuova era dell'umanità: l'Era della Scienza Applicata ».

Il goriziano e il friulano con diversa cultura (schopenhauriana, eroico-individualistica e mitteleuropea l'una; gramsciana, europea e popolare l'altra) creano il vuoto intorno a sé, unici pensatori sociologici che gettano in aria i vecchi ferri culturali e letterari. Michelstaedter vive anche personalmente la crisi del mondo classico-romantico-borghese, dell'alienazione e della retorica; Pasolini vive la crisi dell'età del nuovo capitalismo borghese totalizzante e omologante per mezzo della gesuitica e prepotente persuasione distruggitrice; l'uno e l'altro scontano tragicamente la passione etico-esistenziale ma anche politica; Michelstaedter si tace tragicamente, da solo, sconosciuto, in un angolo di provincia austriaca; Pasolini è fatto tacere (e taluni letterati sostengono già che egli era destinato a quella morte).

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Pasolini aveva la passione di un diverso modo di vivere, non organizzato dall'economia politica della produzione-consumazione. Egli era scomodo perché si scandalizzava della degenerazione della società e poneva domande ai poteri e alla base con le sue metafore (che sono concetti reali, politici): anche quelle su questo progresso capitalistico (del quale si augurava la fine o regressione) o sulla fine del mondo contadino (vista come assenza, buio del futuro).

La discussione sul « volgar' eloquio » era per lui l'antieconomia politica del linguaggio, quella sul mondo contadino e sulla sua cultura autonoma era per lui uno degli aspetti della sacralità della persona umana. Negli ultimi tempi Pasolini con il suo stile apocalittico mirava a drammatizzare il negativo, la perversità (Salò) perché lettori e spettatori avessero reazioni di scandalo e condannassero gli orrori dell'universo capitalistico e avvalorassero la necessità di ricostituire in modo diverso i rapporti umani. La violenza dei messaggi di Pasolini produceva effetti di cattiva coscienza da parte di chi nega valore e identità all'uomo; perciò il suo assassinio è stato una forma di violenza politica contro la denuncia, l'eresia, la lucidità onnicomprensiva di un testimone e giudice, da parte dello squallido e non tanto ascoso potere che ha immiserabilito in questi ultimi anni la vita e la cultura italiana in un nodo di conformismi, di compromessi, di silenzi.

Antonio Piromalli

 

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